mercoledì 27 gennaio 2010

Presentazione a Pescara il 12 febbraio

Venerdì 12 febbraio, ore 18,00
presentazione del libro
LA CITTÀ CHE VOLEVA VOLARE
presso la Libreria Feltrinelli
Corso Umberto I n. 5 - Pescara
Interverranno Maria Rosaria La Morgia, Angelo De Nicola e Vito Moretti
Parteciperanno l'Autrice e l'editore Marco Solfanelli

lunedì 25 gennaio 2010

"Chi ama L'Aquila ne canta la bellezza" di Walter Capezzali

Chi ama L’Aquila ne ha sempre cantato la bellezza: Presentato all’Aquila “La città che voleva volare”, volume in prosa “poetica” di Patrizia Tocci.

di Walter Capezzali*

Il presente testo compendia l’intervento “a braccio” svolto in occasione della presentazione all’Aquila del libro di Patrizia Tocci “La città che voleva volare”, Edizioni Tabula Fati - Chieti. Il cordiale e amichevole “incontro” con Patrizia Tocci risale a non pochi anni addietro, sicché il suo invi-to a partecipare alla presentazione di questa sua ultima creatura letteraria non poteva non trovarmi disponibile, anzi entusiasta e curioso. Pur rifuggendo da etichettature culturali che non mi competono - sono e mi sento, professionalmente, un bibliotecario, semmai un ricercatore storico e un giornalista di lunga militanza, certo non mi sento e non sono un critico letterario - non voglio però sottrarmi al piacere di esprimere le mie impressioni dopo la lettura di que-sto volume, piccolo di formato ma ricco di sentimenti e di poesia, che Patrizia dedica alla Città dell’Aquila che sente “sua” come io la sento “mia”, io e lei non nati all’Aquila ma ugualmente ammaliati da questa città. I pochi appunti che ho sotto gli occhi si aprono con una prima, sintetica riflessione. Ancora una volta, le “luci formative” dell’Autrice ricordano Eugenio Montale e Laudomia Bonanni e riportano il pensiero alle sue precedenti esperienze letterarie: Un paese ci vuole, Pietra serena, Una città, un amore. Ma subito è doveroso premettere una considerazione fondamentale: questo volume si avvale della Presentazione a stampa di Angelo Fabrizi, pagi-ne che ora potrei leggervi per intero e ritenerle bastevoli, tanto mi sento di sottoscriverle rilevando che quelle impressioni sono anche le mie, e saranno sicuramente coincidenti con quelle di molti tra quanti vorranno leggere questo libro. Del resto, forse non più di due ore sarebbero sufficienti per scorrere, di getto, tutte le pagine di questo esemplare “tascabile”, ma vi toglierei quell’insostituibile piacere di fissare gli occhi sulla carta stampata e far cor-rere la vostra fantasia, i vostri pensieri. Con Fabrizi, che rischierò inevitabilmente di ripetere più d’una volta, condivido il giudizio a proposito di una prosa scarna e limpida, che è vera poesia di sentimenti e può essere viati-co per “leggere”, attraverso le parole di Patrizia, luoghi ed umori della nostra Città. Il libro era destinato ad avere un diverso titolo: Diacromie, ad anticipare la scelta di indagare, attraverso i colori, la realtà che ci circonda; ma il primitivo simbolo della raccolta doveva inevitabilmente cedere il passo ad un titolo diverso, dal momento che la sua stesura concettuale e formale, interrotta dal tremendo sisma del 6 apri-le, doveva aprirsi ad una diversa conclusione; e il titolo doveva introdurre pensieri diversi e diverse sensazioni, tra tormento e speranza. I due capitoli iniziali, Intra ed Extra moenia, diventano quindi tre, e il titolo del terzo è dav-vero epigrafico: Dopo. Evidente ancora una volta, nel pensiero di Patrizia, la “centralità” della Città. Spesso in passato mi sono trovato a parlare, a proposito dell’Aquila, di “civiltà della pietra”, che caratterizza ed esalta non solo l’Aquila ma tutto il suo Contado. Una pietra che, come rileva l’Autrice, è diventata macerie; che dobbiamo e vogliamo rimet-tere idealmente e materialmente in piedi per salvarne tutt’intera l’identità cittadina, sia pure con la misura saggia e concreta suggeritaci alcuni giorni addietro da un articolo di Alessandro Clementi, tra i sommi “cantori” di questa civiltà.

Ma la centralità di Patrizia (per la quale è doveroso replicare il rinvio a Pietra serena) non è né statica né insensibile: è l’insieme di Luce, Colori (diacromie), Rumori, Profumi; quindi pietra come scaturigine di vita, in-tensa e raffinata. Non è stato, forse, soltanto il caso che ha voluto per Patrizia e per me la stessa scelta esistenzia-le, nel centro storico, case vicine a cavallo di Piazza San Pietro Coppito, con inevitabili frequenti incontri nella raccolta centralità di un ideale scenario di quartiere. Molte di queste pagine sono nate in quella piazza, lì Patrizia ha incontrato la luce, i colori, i rumori, i profumi della Città, su quelle pietre accoglienti ha coltivato la gioia della scrittura, per salvare con la penna sui suoi libriccini di appunti i suoi pensieri, tanti, affollati, insistenti. Mi piace cogliere anche nel parlare abituale dell’Amica, parole sempre sorridenti e veloci ad inseguire ed interpretare i sentimenti; piace cogliere nel suo parlare l’essenza anche del suo stile letterario, personalissimo ed efficace, illuminato da una profonda sensibilità. In questo libro, per fugaci ma illuminanti citazioni, L’Aquila comunque c’è tutta: Porta Castello, via Ga-ribaldi letta per interposta/contrapposta femminile personalità (quella di Laudomia Bonanni che vi abitò), Col-lemaggio trasfigurata in montagna celestiniana, la Fontana Luminosa luogo d’incontri fugaci tra arrivi e partenze di autobus, porta Branconio con le silenti riflessioni di una “vecchia” esistenza, via San Martino che invita al cammino solitario e pensante, la citata Piazza San Pietro, quella dei Gesuiti, l’Addolorata, via Venti Settembre… ma anche la città che si fa invisibile quanto l’attraversi, come fa Patrizia, ad esempio sotto i portici, leggiucchian-do e abbinando allo storico rumore di antiche carrozze quello moderno di nuovi pratici strumenti trascinati sull’acciottolato, i carrelli dei bagagli su ruote, il cui ritmo, più o meno veloce, ti spinge a pensare, magari, se quel-la ragazza sia forse una universitaria “fuorisede” che rischia di arrivare in ritardo…

La città c‘è anche quando da intus l’osservazione si spinge extra le mura urbane, e scopre il fiume Aterno, e i colori diventano davvero primi protagonisti, dal biancofiore dei narcisi al grigio dei muretti a secco, al ruggine, al verderame di antiche pareti. Passeggiare per L’Aquila e dintorni, come fa Patrizia, per rubare Colori, Odori, Rumori, per attivare Ri-cordi che sono Memoria, Oggetti, Persone, che si fanno pensieri preziosi, sensazioni gelosamente sottratte ai luoghi, per renderle indelebili ed irrinunciabili, anche quando si apre l’ultima pagina, quella del Dopo. Dopo, sguardo ferito su luoghi feriti, brividi di sentimenti, sconforto, ma anche impegno. Per ricostruire, innanzi tutto, “le pareti della propria identità”, per poi credere nella resurrezione della Città amata. Vivere la paura che matura in un giro di valzer che è forse un macabro girotondo; esprimere, infine, come suggello convinto ed originale al tutto, una speranza che solo apparentemente contraddice diversi e generalmente accettati “simboli”. Tutti abbiamo detto, tutti ci hanno detto: L’Aquila tornerà a volare. Il senso forse un po’ oleografico se non retorico del volo inteso come rinascita, ma che Patrizia trasfigura e traduce in un diverso sentimento, nel ti-more che quel volo auspicato da tutti possa diventare un volo “altrove”. No. Patrizia non vuole. Non vuole che L’Aquila voli “via”. E’ pronta a curarle le ali ferite, ma è altret-tanto pronta ad ingabbiarla su queste rocce, come in antico si faceva con le povere aquile rinchiuse nella “piccola grotta” davanti alla Piscina comunale e, indietro nei secoli, alle spalle del Municipio, in quella che ancora si chia-ma “via delle aquile”.

L’Aquila di Patrizia deve rimanere qui, magari ad “ali spalancate”, ma ben ancorata coi suoi artigli a que-ste pietre naturali ed artificiali, sulle rocce del colle e sui monumenti che vi risiedono da secoli. Chi ama questa Città ne ha sempre cantato la bellezza. Chi lo ha fatto con animo poetico, come ora Patrizia Tocci, ha esaltato sentimenti di viscerale appartenenza, di possesso amoroso. E’ per questo che mi piace chiudere le mie poche parole accostando La città che voleva volare, florilegio a-quilano pur contaminato dal dolore dell’oggi, ad altri capolavori della tradizione cittadina, culturale e poetica: alle Piazze aquilane lette e cantate nelle più riposte tracce dall’amico Elio Peretti e, andando indietro nel tempo e nei ricordi, a quella Via San Martino del compianto Giuseppe Porto, sguardo struggente e innamorato, poema e con-fessione insieme. Grazie a Giuseppe e ad Elio, ed ora, grazie a Patrizia.




*Walter Capezzali è nato nel 1940 a Bettona (Perugia) e vive all'Aquila dall'età di 5 anni. Laureato in giurisprudenza, gior-nalista per 8 anni membro Consiglio nazionale dell'Ordine, è stato collaboratore di quotidiani e direttore di periodici a carattere cul-turale. Bibliotecario iscritto all'Albo professionale, direttore fino al 1999 della Biblioteca provinciale “Tommasi” dell'Aquila, è stato dirigente della Provincia per il Settore culturale e dell’editoria. Per quatto anni, fino al 2008, è stato direttore delle Biblioteche scien-tifiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Più volte presidente per l’Abruzzo dell'Associazione Italiana Biblioteche, per tre anni è stato componente del Comitato Esecutivo Nazionale. Ha insegnato Semiologia del giornalismo, bibliografia e biblioteconomia in master e corsi di perfezionamento, titolare a contratto della cattedra di Bibliografia e Biblioteconomia all'Università dell'Aquila. Ideatore e curatore d’importanti mostre bibliografiche in Italia e all'estero, ha organizzato e partecipato a numerosi congressi su ar-gomenti di storia locale, spiritualità medioevale e tradizioni regionali, spesso curandone la pubblicazione degli atti. Autore di numerose pubblicazioni, monografie e saggi, sarebbe troppo lungo citarne i titoli. Socio della Deputazione Abruzzese di Storia Patria dal 1967, deputato e vice Presidente, nel 1994 è stato chiamato alla Presidenza dell’ente morale, incarico che tuttora ricopre. (Nota biografica a cura di Goffredo Palmerini)


http://www.tuttoabruzzo.it/index.php?option=com_content&task=view&id=14769&Itemid=756

sabato 9 gennaio 2010

Patrizia Tocci racconta L’Aquila, la città che voleva volare

Nella personale esperienza di lettore, raramente ho incontrato un piccolo libro di prose che riuscisse ad esprimere ciò che solo la poesia sa donare. Patrizia Tocci nel suo “La città che voleva volare”, edizioni Tabula fati 2009, raggiunge questo risultato con una lunga riflessione sul territorio aquilano, costituita da immagini, colori, profumi e suoni. Le tre sezioni in cui il libro è suddiviso, Intra moenia – Extra moenia – Dopo, prendono per mano il lettore e lo accompagnano in un variegato viaggio che attraversa L’Aquila e dintorni prima e dopo il sisma. Le pagine si aprono in successione e invitano a guardare con i propri occhi, a riflettere con le proprie sensazioni, a diversificare le realtà descritte secondo le personali esperienze, a soffermarsi su particolari che aprono nuovi orizzonti.
Così da Piazza San Pietro, luogo simbolo dell’autrice, quando nel solstizio di giugno “crescono i raggi, arrivano lunghi da occidente, risalgono completamente via Romana, come un fiume di luce, toccano gli spigoli più alti della chiesa, sfiorano il rosone” si arriva alle campane che ormai non suonano più, perchè un inverno metaforico quest’anno “è arrivato davvero troppo presto”. Oppure l’invito a passeggiate solitarie lungo le strade del centro, dove “tutte le pietre, persino i selciati riflettono l’ultimo granello di luce”, fa riaffiorare immagini e ricordi che ogni lettore racchiude nel proprio scrigno esperienziale. Il percorso diacronico della Tocci, che ama profondamente la sua città, conduce in luoghi diversi, si sofferma su piazze e vie, chiese e negozi, persone ed animali, è un andare avanti per poi fermarsi, sincronizzare il pensiero all’attimo che poi fuggirà senza un probabile ritorno “i campanili delle chiese punteggiano e delineano il profilo della città. Svettano… individuano il quartiere e la chiesa corrispondente. Svettavano”.
Ma la memoria rimane, porta indietro il ricordo, passato e presente interagiscono in un “tempo bloccato, sospeso, irriconoscibile”. Anche la natura, osservata nell’esplosione di profumi, suoni e colori “Il profumo dei narcisi in mezzo all’acqua, quella che si scioglieva ma era stata neve… Rumore fresco di acqua intangibile che suona dappertutto… e poi il bianco fresco, accecante di una distesa di narcisi” offre l’occasione alla Tocci di fermarsi, pensare, ritrovarsi, ma anche di aprire un libro bianco per ognuno di noi. Non mi soffermo sulle pagine più sofferte, quelle del dopo, perchè sarebbe focalizzare la lettura ad una realtà sincronica fortemente tragica ed emozionale che ci coinvolge tutti e che restringerebbe troppo il libro nell’angolo della letteratura nata dal terremoto.
Il libro percorre il tempo di ieri e di oggi, del passato e del presente, è nato in un lungo periodo di scrittura che attraversa la vita dell’autrice e così si offre al lettore. Toccherà ad ognuno ripercorrere i propri ricordi ed il proprio presente e rivelare a se stessi le proprie emozioni. La Tocci ci aiuta in questo percorso.

di GIANFRANCO GIUSTIZIERI

http://www.abruzzocultura.it/abruzzo/009620_patrizia-tocci-racconta-laquila-la-citta-che-voleva-volare/

domenica 27 dicembre 2009

RECENSIONE di Ottaviano Giannangeli

Se avessi un poco di quel tempo, un “granello” (come tu ami dire), che manca a tutti come a te che sei diventata adulta, scriverei per te una lunga recensione, anomala, atipica, dicendo che è il libro di una donna che venti anni fa, nel 1989, si classificò seconda ad un concorso “Una Poesia per il Padre” (1). Il libro mi è parso un piccolo capolavoro: tra il diario e — in alcuni tratti una vera “poesie en prose”. Angelo Fabrizi dice nella prefazione che la “poesia di Montale è il grande fiume a cui hanno attinto i poeti venuti dopo di lui”: è vero anche per me, che mi chiamo “versificatore“ e non poeta. Molte situazioni di scrittura mi sono vicine: la tenerezza con la quale si guarda il vecchio che aspetta sulla panchina (pp. 27-28); ma è impressionante quando si coincide con Patrizia su un argomento certo peregrino, estraneo alla grande letteratura come i muretti di pietra in “attraverso il grigio” (pp. 57-58). Alla poesia Patrizia arriva, proprio in alcuni punti, per distillazione, in virtù dell’alambicco, quando la commozione raggiunge ilo momento di saturazione. (…) Ciò che mi piace della Tocci è lo sprofondare nella visione delle cose, senza pensare ad una gara con altri artisti o ad ammannire qualcosa di bello per il comune lettore. Prosegue la sua operazione scrittoria scendendo fino all’ultimo particolare, pensando che è questa infine, l’unica nostra attività a nostra disposizione per rubare qualcosa al tempo.

Ottaviano Giannangeli

Raiano, Dicembre 2009


1) La poesia “ Navigando” si trova nel primo libro di Patrizia Tocci, Un paese ci vuole (Iapadre, L’Aquila 1990) con prefazione dello stesso Ottaviano Giannangeli.

mercoledì 23 dicembre 2009

Una penna materna: le vere ali del volo (di Luca Lancioni)

Nel libro non c'è rabbia per quello che è accaduto alla città dell'Aquila e il titolo, di per sé, è un ingannatore. Non c'è rabbia nella rappresentazione di questa città perché questa è di una bellezza tipica delle cose che si amano, che riescono a passare di dentro, in linea verticale. Patrizia Tocci non ha rabbia per gli alunni che dicono le parolacce all'uscita da scuola [1]. Invece: chi di noi non ha mai maledetto L'Aquila prima del 6 aprile, chi per quello chi per quell'altro; chi di noi non l'ama oggi, 11 dicembre? Patrizia Tocci l'ama adesso e l'ha amata prima; lo dimostrano le sue parole: sono di una penna materna che si è posta, già in passato, il problema di come lasciare un quadro veritiero della bella città alle generazioni future, ai suoi figli, ai suoi alunni. Infatti, le prime due parti del libro, intra moenia/extra moenia, hanno una limatura [2] ultradecennale che doveva prendere il titolo di “diacromie”. Qui, nella città che volava volare non si intende insegnare ad una rabbia cieca, bensì a stare a terra, anche con una certa leggerezza, per snocciolare una o più verità: le più essenziali.
Nel libro non c'è rabbia ma ciò non significa disinteresse alle cose che danno rabbia. Perché? Semplicemente perché, Patrizia, è un'insegnante. Mai confondere i dilemmi aquilani, le immondizie nazionali, le blandizie statali; non problematiche nazionali e locali nel libro, queste sono soltanto rabbia cieca, ma rappresentare questioni universali, quelle valide per sempre e per questo essenziali. Le cose essenziali sono quelle che hanno il maggiore valore pedagogico, ed è solo con quest' ultime che Patrizia decide di inquadrare la sua città: il colori, i suoni, i profumi (sono queste le verità della città). Nessuno può negare che senza queste cose una città, o una comunità, possano esistere. Ed è qui che la Tocci concentra le sue forze poetiche e pedagogiche perché ha capito che senza quelle coordinate una città non è altro che un contenitore vuoto. Lo stesso Calvino ci insegna che una storia, senza sentimenti, è un contenitore vuoto. Quindi, per avere una storia, c'è bisogno di sentimenti e soltanto i colori, i suoni e i profumi ci danno accesso a quest'ultimi perché confondono e amplificano il nostro povero occhio nudo. I colori, i suoni e i profumi, ecco le cose universali, il segreto dell'essenzialità valida per spiegare ogni città del mondo. Una città senza storia non è una città. Non c'è città senza storia come non esiste un' etnia senza storia. Patrizia ha capito che non ci si può arrabbiare per le parolacce perché queste fanno parte di cerchi concentrici derivanti da un'essenzialità persa di vista dalla vita odierna; si propone, così, di recuperare quel fulcro, quel centro che va spolverato e messo finalmente a nudo. La Tocci è chiara: la ragione può imbrogliarmi ma i miei sensi non possono mentire [3]. Il suo segreto sta nella leggerezza ma, è chiaro, non è una leggerezza contemporanea o televisiva, si tratta di quella leggerezza essenziale ben definita da Calvino: alla precarietà dell'esistenza della tribù […] lo sciamano rispondeva annullando l'esistenza del suo corpo trasportandosi in un altro livello di percezione dove poteva trovare le forze per modificare la realtà [4].
Patrizia Tocci è una penna materna. Nel libro, L'Aquila, assume i connotati di una figlia. La stessa autrice si definisce come una regina tradita e spodestata, improvvisamente esiliata, aggiungiamo, dal sisma del 6 aprile. È “Esilio”, la poesia riportata in prima pagina, prima di intra moenia, prima di entrare dentro le mura.
Patrizia Tocci è una penna materna, e su questo non ci sono dubbi. In un'intervista rilasciata oggi, 11 dicembre, afferma: “Le città non devono volare. Sono fatte per restare a terra e custodire i sogni e le paure degli uomini e delle donne”. Ecco perché il titolo, di per sé, non spiega le forze in campo.
Le città non devono volare: qui siamo dentro le mura e non a caso la poetessa, nelle sue passeggiate, si sofferma tra le porte della città. Siamo dentro le mura e Patrizia si sente madre, come a dire: “Mia figlia non deve volare, deve stare qui, con i piedi per terra, al mio fianco”. Siamo a “Porta Castello”: da qui non è entrato solo il vento. Infatti, nel quarto paragrafo, a fronte degli interrogativi della madre poetessa, è la stessa città che le risponde in prima persona: ho visto passare gli armati e le truppe, uomini e donne di secoli fa […] parlando lingue incomprensibili. Sembra che vuol far presente alla madre che, come città, non è mai stata, poi, così incontaminata. In ogni caso la città è dentro le mura: fuori c'è il bosco, c'è la selva oscura, un luogo di rabbia e di incomprensioni che non hanno valore pedagogico, che non hanno essenza. Patrizia Tocci non crede ai poeti maledetti, non crede alle possibilità del caos. Il caos è nel bosco, questo è un mondo parallelo alla città fatto di tenebre e paure [5]. Per Patrizia la città è solo dentro le mura, queste sono i confini delle cose essenziali della vita. Appena appena extra moenia arrivano le prime insidie: l'inverno cattivo è vicino ma c'è ancora una bella luce... come quei resti di stoffa che mia madre mette da parte [6]. Patrizia Tocci è al confine delle mura ed è da quelle porte che si va extra moenia, nel bosco. E il percorso fuori le mura non è affatto breve e quando Patrizia sarà fuori, desidererà tornare dentro perché sente di essere figlia e non più madre. Crede nell'amore ma si rende conto che esso non è sufficiente, non basta; quindi passeggia nella città tra i rosoni dei portoni, questi riescono a donare un amore vero, materno. Sono i numi che ci proteggono dall'incerto navigare della vita [7] e che riportano all'equilibrio, alla stabilità. Appena si è fuori le mura, infatti, emerge il tema della memoria perché questa è un rifugio; è il primo mezzo adottato per raggiungere quell'equilibrio che si aveva quando si era intra moenia [8]. In questo modo comprendiamo che l'essere dentro o fuori le mura non è solo una condizione fisica ma uno stato d'animo, soprattutto, di equilibrio e non.
Pian piano, col tempo delle stagioni, la città diventa una geografia personale. Il vecchio è già panchina, è già sasso [9]. Patrizia Tocci ci rende coscienti che la città è testimone del tempo che passa perché questa è ben piantata a terra e le persone, invece, sono quelle che corrono veloci; le persone sono soltanto un tempo provvisorio, sono un piccolo atto di una commedia universale il cui palcoscenico è la città. Questa piazza è un immenso palcoscenico a cui conduce la platea dei portici, e ancora: provvisori, seduti sull'orlo di questa fontana mentre volano nell'aria bolle di sapone [10]. La città, insomma, è il tempo vero. Patrizia ne è assolutamente consapevole: sommessamente, nell'intervista, afferma che l'Aquila va tenuta a terra con le catene; infatti quando è fuori le mura si chiede come sia possibile riafferrare la città nella sua essenza universale. In “Periferica”, il suo cogliere le more non è un semplice gesto, è un apprezzare i colori eterni del rovo che sfumano solo con le stagioni. Sono di una saggezza scontrosa. Proprio come i colori invernali di una città di montagna. Siamo in montagna anche se siamo in una città [11].
Si esce e si rientra dalle porte della città in tutti i modi possibili: a piedi, con i colori, con i suoni, con i profumi, con il tempo della memoria, sentendosi madre/figlia. Dipende dall'anima. Esemplari sono le tegole delle case che diventano i tasti di un pianoforte, qui si mescola anche il tono del colore con quello della musica. Sono toni bassi, idonei per scavare in verticale nella propria sensibilità e in quella della città. Sempre le solite diacromie: o tonalità basse o tonalità alte, o scuri o accesi, o estivi o invernali, o primaverili o autunnali, o essere fuori o essere dentro le mura, o essere madre o essere figlia; o essere uomo o essere donna. Due autobus di diversi colori con un uomo e una donna che si guardano: sguardi passavano i vetri ma i colori diversi degli autobus li dividevano... ognuno ha scelto un perimetro [12]. Ordine. Ma, attenzione, la diacromia di Patrizia Tocci non vuole essere fatta di colori a sé stanti, possono anche esserlo, ma la vera diacromia, la vera bellezza, risiede nel loro duale confondersi, nel loro unirsi. Sempre due. Questi sono i colori del rovo che sfumano con le sfumature delle stagioni perché anche le stagioni sono diacromie, sono due: o estate/inverno o primavera/autunno, sono speranza/tristezza, leggerezza/pesantezza.
La Basilica di Collemaggio è simbolo, con la perfezione della sua distanza, della lotta contro il caos. Controlla il bosco e segnala il giusto perimetro. Si trova ad essenziale distanza dalle mura a testimoniare di essere pietra eterna che guarda in verticale: un eterno capitano per governare il caos iroso degli oceani che spingono la nave: la città, L'Aquila, vuole volare ma non deve, dove diavolo vuole volare? Patrizia Tocci, in essa, desidera solo ascoltare la sua musica, di quella che non fa pensare a nient'altro; osservare le stagioni con i suoi colori; gli affetti, anch'essi in diacromia: aspri/dolci, che nel fondersi diventano essenzialmente poetici.
Dopo tutto questo, dopo le diacromie, è arrivato il caos: è arrivato il 6 aprile, il dopo per eccellenza... le prime cose a cadere sono state gli stemmi sui portali [13], le prime cose a cadere... proprio quei rosoni sui portoni: quei numi che ci proteggono dall'incerto navigare della vita, questa volta, non hanno resistito alla rabbia e alla furia cieca e sono volati via lasciando nel vuoto la nostra identità: le ire non sono pedagogiche, sono tutt'altro che costruttive. L'Aquila non deve volare, è la nostra identità che volerebbe via con essa.
Nel dopo affiora il piombo di un dolore sotterraneo, eppure non è finita. La città è ferita ma è ancora cosciente; ancora, nell'attraversarla, si passa velocemente da un quartiere all'altro [14] si può percepire ancora il suono delle campane, è un suono sommerso dall'ombra delle macerie ma ancora si percepiscono. La memoria rimane e le campane sono un grande simbolo, sono quelle che scandiscono il tempo, quello tradizionale, quello umano, quello lento del contadino che torna dal lavoro nei campi e che aspetta il suono della campana che inaugura la festa, che attende l'imbrunire perché coincide con la fine della giornata faticosa per tornare in famiglia, per meditare sul giorno appena passato fumando l'amata pipa. E quanta forza tradizionale c'è in Patrizia Tocci! Quanto amore per gli oggetti tradizionali, che non sono quelli contemporanei creati solo per finire nella spazzatura. La scatola dei bottoni è l'oggetto di una madre: significa custodire l'amore per una famiglia e non dimentichiamolo, per la Tocci, la città, è come una famiglia. I sentieri e le strade del bosco hanno altre mete, altre necessità [15]. Il sisma ha causato il dopo ed è venuto dal bosco: il mondo parallelo, fatto di tenebre e paure [16], ha sfondato le mura della città. La scatola dei bottoni difende dal bosco. La scatola dei bottoni è il preservare, il custodire un'umanità. Nel dopo 6 aprile mi manca quella scatola dei bottoni; eppure, adesso, bisogna spingere negli angoli le paure. In che modo? Come fa mio padre con le cipolle o con le pannocchie di granturco, lasciandole a seccare al caldo e al freddo del tempo [17]. È, quindi, lo stesso movimento delle stagioni che aiuta a sperare. Il mio giardino fiorisce anche senza di me. Questa è la forza interiore di Patrizia Tocci che mirabilmente è riuscita ad individuare i colori del tempo.
Il mondo tradizionale per Patrizia Tocci è anche modernità, ma solo fin dove c'è umanità, fin dove gli oggetti hanno umanità, solo lì può esserci un valore. È “Oddi”, un negozio moderno che rappresentava un periodo ancora umano. Un angolo di città spazzato via da una banca. In quel negozio c'erano oggetti che nessuno voleva più comprare perché nessuno compra più il suo passato prossimo. Patrizia, invece, vuole, e si definisce rigattiere.
Patrizia Tocci non cerca la bellezza ovunque, ma è un rigattiere della bellezza, e l'ha cercata, a L'Aquila e da tempo l'aveva trovata sotto forma di diacromie. La bellezza è difficile da scovare nel veloce mondo contemporaneo e quindi, se i simboli hanno un senso, L'Aquila deve restare così com'è nel gonfalone della nostra città. Torneremo, dice Patrizia Tocci, finalmente, con tono perentorio; forse l'unico un po' rabbioso del libro. Torneremo. Ma lo sappiamo, Patrizia Tocci non blatera, non si arrabbia, soffre in silenzio perché col silenzio può concedere lo spazio all'ascolto e solo ascoltando può apprendere e imparare a edificare, a come recuperare una città. È anche la montagna che l'ha insegnato, è anche L'Aquila che l'ha insegnato. Su di essa incombe l'inverno ma più volte, nel testo, si ribadisce che l'inverno presuppone una primavera; ancora una volta, così, la diacromia ci viene incontro e...
Bisogna saperli vedere i colori dell'inverno [18].

Luca Lancioni


[1] “Blu autobus”, p. 23.
[2] Limatura, ad intendere: limare il guscio per raggiungere il nocciolo (l'anima).
[3] “Utopia”, p. 65.
[4] Italo Calvino “Lezioni americane”, Mondadori. Calvino è citato dalla stessa Tocci: “Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”. È la ricerca di umanità di Patrizia Tocci.
[5] “La scatola dei bottoni”, p. 89.
[6] “Scampoli”, p. 45. Le stagioni sono anche interiori. Sono stagioni universali. Sono il colore del tempo.
[7] “Pietra serena”, p. 35.
[8] Il tema della memoria è in “L'ortica”, “Il fiume Aterno”. Non a caso sono le prose che aprono la sezione extra moenia.
[9] “La città invisibile”, p. 28.
[10] “Geometrie invisibili” (Piazza Duomo), p. 39.
[11] “Diario apocrifo”, p. 63.
[12] “Blu autobus”, p. 23. I diversi colori degli autobus sono condizione esistenziale: urbano/suburbano. Sono perimetri diversi; appunto, intra moenia/extra moenia.
[13] “Un giro di valzer”, p. 71.
[14] “Anche le pietre parlano”, p.76. Qui la città assume le qualità di un paese.
[15] “Attraverso il grigio”, p. 57.
[16] “La scatola dei bottoni”, p. 89.
[17] “La scatola dei bottoni”, p. 88.
[18] “I colori dell'inverno”, p. 55.

mercoledì 16 dicembre 2009

Sono giorni di silenzioso crescere

Sono giorni di silenzioso crescere
anche se nessuna foglia spunta
e i colori si addicono all’estate.

Sono i giorni dei passi meditati,
un piede dopo l’altro in carovana
( il sentiero dei ricordi è troppo stretto,
quello del futuro l’ ho intravisto
appena tra la nebbia)

Un passo dopo l’altro e qualche sosta
ma nelle stanze aperte e attraversate
oggi posso chiudere la porta.

Patrizia Tocci

sabato 12 dicembre 2009

“La città che voleva volare”: confronto con la scrittrice del libro, Patrizia Tocci

L’AQUILA – La scrittrice e insegnante Patrizia Tocci ha presentato recentemente la sua ultima creazione dal titolo La città che voleva volare, opera in prosa sui drammi dello scorso sisma che ha distrutto il capoluogo abruzzese. Il componimento fa parte della raccolta Diacromie che la Tocci intendeva pubblicare già da tempo, ma proprio a causa del terremoto ha dovuto rinviare il suo progetto. Così alle prime due sezioni già preparate ne ha aggiunta una terza sorta appunto dopo il terribile evento del 6 Aprile.

Patrizia Tocci, nata nel paesino aquilano Verrecchie, non ha desistito al desiderio di descrivere le sofferenze e il panico della sua popolazione costretta ad abbandonare tutto ciò che possedeva sotto cumuli di macerie e polvere e fuggire dove in luoghi più sicuri. Ben cosciente dell’arduo obiettivo prescelto in quanto non sempre è fattibile tradurre in parole scritte le idee e soprattutto le sensazioni percepite in simili circostanze. Ma lei tenace ci ha provato perché desidera,come tanti suoi compaesani, che L’Aquila e tutti i paesi del cratere tornino alla vita di prima,di sempre.

Ci siamo confrontati con lei tramite delle semplici domande che riportiamo di seguito:


- Il titolo della sua opera è LA CITTÀ CHE VOLEVA VOLARE, come mai questa scelta?

R – Il testo in questione, che chiude il libro, è stato scritto tra il dieci e il 18 aprile mentre mi trovavo a Roma, ospite nell’immediata emergenza di mia sorella. Era una considerazione sul volo, sentito come negativo, perché le città non debbono volare. Sono costruite per “restare a terra” e custodire i sogni e le paure degli uomini e delle donne. Quindi il mio titolo va esattamente in senso contrario alla connotazione immediata che il nome della città potrebbe suggerire; devono essere gli uomini e le donne dell’Aquila a curarla, farla rivivere ed ancorarla, dopo questo terribile disastro, con maggiore sapienza alla terra.

- Come altri suoi colleghi anche lei ha provato a descrivere la realtà e le sensazioni presenti in seguito al disastroso sisma dello scorso aprile; ma crede che esistano davvero nel nostro lessico parole adatte per esprimere le sofferenze e i timori avvertiti alle persone non coinvolte direttamente?

R – Anche coloro che tornavano dai lager, i reduci di qualsiasi guerra fanno fatica nel far conoscere agli altri la propria esperienza, ma le parole , con tutti i tradimenti e le traduzioni,servono proprio per comunicare. Il mio libro racconta la città prima e dopo il terremoto; racconta la nostalgia e la tristezza ma anche la speranza e la voglia di ricominciare.

- Pensa che in futuro L’Aquila e i paesi del cratere possano tornare a ‘creare’ nell’arte letteraria oppure questo fenomeno ha segnato i letterati del territorio da avere parole solo per descrivere le conseguenze disagevoli post-sisma?

R – Credo che anche l’elaborazione di un lutto debba, per essere davvero efficace prevedere i due momenti: una elaborazione singola ed una collettiva. Stiamo tentando proprio di fare questo, ricordando i tempi felici e continuando a lottare perché possano tornare. Condividere quindi ricordi e speranze è un continuo affinare la parola poetica perché diventi testimonianza valida per chi ha vissuto quell’esperienza, ma anche una finestra alla quale affacciarsi per chi non l’ha vissuta direttamente .

- Da aquilana, in quanto nativa di Verrecchie, crede che la forza e il coraggio di reagire che hanno dimostrato di possedere i suoi concittadini sia stato utile per metabolizzare le lesioni interiori che ha lasciato lo scorso sisma oppure solo uno stato d’emergenza per provvedere alle necessità?

R – La nostra gente è fiera e caparbia, non lascia trapelare facilmente le emozioni. Sulle mura del forte spagnolo c’è scritto “ad reprimendam audaciam aquilanorum”; gli aquilani non mettono facilmente in piazza emozioni e pensieri; in questi mesi, nonostante una terribile esposizione mediatica si sono sottratti alle telecamere, spesso hanno disertato le passerelle.

- Una domanda che in molti si fanno dal 6 aprile e ci farebbe piacere anche la sua opinione: davanti ad un simile evento catastrofico presagito dagli strumenti, ci siano solo due alternative: non fare nulla o sgomberare un’intera città? Possibile che non esistano vie di mezzo?

R – Certo: d’ora in poi purtroppo tutte le città si doteranno di piani di evacuazione, creeranno punti di raccolta, allestiranno centri di smistamento temporanei, faranno esercitazioni di evacuazione nelle scuole e negli uffici: insomma un piano di emergenza. Per noi, nell’emergenza, tutto questo è mancato. Ci sono state date ampie ed inutili rassicurazioni a cui abbiamo voluto credere. Speriamo, proprio per averlo sperimentato direttamente che non accada più.

- Dalla sua esperienza di scrittrice, insegnante e confrontandosi con le persone residenti nel cratere, crede che una città maestosa e piena di storia come L’Aquila possa ridare, in futuro, fiducia e quel senso di protezione ai suoi cittadini che, immagino, essi avranno perso in quelle sere dello scorso aprile quando sono stati costretti a fuggire di fretta in luoghi più sicuri perchè la loro città che li aveva contenuti e anche protetti in certo senso con abitazioni, lavoro, scuole per i figli e negozi andava distruggendosi in pochi istanti?

R – Credo di si. l’attaccamento e la tenacia che dimostrano gli aquilani nei confronti della città e dei piccoli paesi, la voglia di ricostruzione, il desiderio di riaprire spazi che facciano di nuovo crescere il tessuto sociale, mi fa ben sperare. Le nuove scuole e quelle che sono state ristrutturate sono sicure. Così sarà per gli altri palazzi e le case che verranno ricostruite; certo non si potrà ricostruire quella antichità, quella patina del tempo che rendeva questa città davvero particolare. Ma io non credo che ci sia bisogno di cambiare molto nella ricostruzione. Alcuni abbattimenti saranno necessari, per altri si salveranno persino le pietre.


a cura di Annarita Ferri

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